giovedì 8 aprile 2010

Le vere origini dei rom

Ricevo e pubblico da Costel Antonescu:

I Rom non sono romeni

In Italia

Gli zingari in Italia, come nel resto del mondo, rappresentano una comunità eterogenea, dalle mille sfumature e dalle mille espressioni. Mille sono anche gli anni della storia degli zingari divisi essenzialmente in tre gruppi principali:


Rom, Sinti e Kalé (gitani della penisola iberica). A questi gruppi principali si ricollegano tanti gruppi e sottogruppi, affini e diversificati, ognuno con proprie peculiarità. Essi hanno un'origine comune,
L'india del nord e una lingua comune, il romanès o romani hib diviso in svariati dialetti. L'opinione pubblica, che dei Rom e Sinti conosce poco o niente, tende a massificare e a confondere i diversi gruppi zingari, soprattutto tende a condannare e ad emarginare senza capire. La popolazione zingara in Italia rappresenta lo 0,16% circa dell'intera popolazione nazionale essendo stimati in un numero di persone compreso fra le 80.000 e le 110.000 unita. Sono presenti solo Sinti e Rom con i loro sottogruppi. I Sinti sono soprattutto insediati nel nord dell'Italia e i Rom nell'Italia centro-meridionale. Essi rappresentano gli zingari di antico insediamento a cui hanno aggiunti vari gruppi zingari di recente e di recentissima immigrazione. Circa 1'80% degli zingari che vivono nel nostro Paese hanno la cittadinanza italiana, il 20% circa e rappresentato da zingari extracomunitari, soprattutto provenienti dai territori della ex-Jugoslavia. Circa il 75% e di religione cattolica, il 20% di religione musulmana e il 5% raggruppa: ortodossi, testimoni di Geova e pentecostali.

L'arrivo in Italia

L'origine indiana degli zingari si è scoperta nel XVIII secolo attraverso lo studio della lingua zingara. Con lo studio filologico si è potuto ricostruire ipoteticamente l'itinerario seguito dagli zingari nel loro lungo cammino in quanto essi prendevano a prestito parole dai popoli con cui venivano a contatto. Dall'India del nord sono arrivati in Europa attraverso la Persia, l'Armenia e l'Impero Bizantino. Dai Balcani si sono diramati in tutta Europa, arrivando anche in Russia e, con le deportazioni, nelle Americhe e in Australia. Sono molti gli studiosi che credono che i Rom abruzzesi, fra i primi gruppi zingari arrivati in Italia, siano arrivati attraverso l'Adriatico provenienti dalle coste albanesi e greche, probabilmente per sfuggire alla repressione dei turchi ottomani. A sostegno di tale tesi si e fatto riferimento all'assenza nella parlata dei Rom abruzzesi di termini tedeschi e slavi. Ma si può obiettare: i turchi ottomani conquistarono tutta la Grecia e l'attuale Albania fra il 1451 e il 1520 (L. Piasere), mentre i Rom in Italia arrivarono molto tempo prima (il primo documento che attesta l'arrivo degli zingari e del 1422 ma ci sono molti indizi che inducono a credere che i Rom arrivarono ancora prima); i Rom abruzzesi hanno nella loro parlata sia termini tedeschi come tiÒ, glàse, brèg (ted. tiÒch = tavolo, glas = bicchiere, berg = montagna), sia termini serbo croati come plaxtà = lenzuola (s.c. phahta), niÒte = nulla (s. c. nista), a Òtar = catturare, afferrare (s.c. staviti), nikt (nikkete) = nessuno (s.c. nikto), a pukav. = fare la spia, denunciare (s.c. bukati), po (pro) = per (s.c. po); inoltre, perché i Rom con le loro carovane avrebbero dovuto viaggiare per via mare, via a loro scomoda, inusuale e all'epoca minacciata dai turchi, se per secoli avevano dimostrato di spostarsi con sicurezza e rapidità per via terra? Tutto ciò induce a credere che il grosso dei Rom abruzzesi sia arrivato in Italia dal nord per via terra, proveniente, dall'Albania o dalla Grecia, attraversando la ex-Jugoslavia e territori di lingua tedesca. Non è da escludere che effettivamente piccoli nuclei siano arrivati in Italia attraverso l'Adriatico assieme ad altre minoranze come Serbo -Croati e Albanesi. Tutto è comunque ancora da provare. Da questa piccola introduzione si può ben comprendere come sia difficile ricostruire la storia dei Rom sia perché i documenti a disposizione sono pochi ed incompleti sia perché i Rom non hanno lasciato nessuna testimonianza scritta. La storia dei Rom é una storia che non nasce dall'interno della sua comunità proprio perché essi rappresentano un popolo senza scrittura che affida alla "memoria" e alla tradizione orale il compito di trasmettere la propria storia e la propria cultura. La storia dei Rom è fatta dai Caggé (non zingari) attraverso le osservazioni di quanti ai Rom si sono in qualche modo interessati per la curiosità e la meraviglia che suscitavano o attraverso le disposizioni delle autorità pubbliche. Così dalla lettura delle Cronache del XV secolo si possono ricostruire sommariamente gli itinerari seguiti dagli zingari in Europa. Il primo documento che segnala l'arrivo degli zingari in Italia è quello del 18 luglio 1422, un'anonima cronaca bolognese contenuta nella Rerum Italicarum Scriptores di Ludovico Antonio Muratori: "A di 18 luglio 1422 venne in Bologna un duca d'Egitto, il quale aveva nome Andrea, e venne con donne, putti e uomini del suo paese, e potevano essere ben cento persone...... " Dalle "grida" e dai bandi che dal 1500 si sono susseguiti fino al 1700 si possono dedurre le politiche attuate dalle autorità nei confronti degli zingari: politiche di espulsione, di reclusione, di repressione, di deportazione, ovvero politiche votate al più completo rifiuto. (Attualmente siamo nella fase della politica di assimilazione).

I Rom abruzzesi

I Rom abruzzesi, con cittadinanza italiana, rappresentano dunque uno dei primissimi gruppi zingari arrivati in Italia e grazie alla lunga permanenza sono relativamente più inseriti nel contesto sociale ed economico della società maggioritaria rispetto ad altri gruppi di recente immigrazione. In passato le attività principalmente esercitate erano quelle che lasciavano spazio all'essere e alla creatività e quelle che facilitavano i rapporti umani. Da qui l'attività di musicisti, di fabbri calderari, di commercianti di cavalli, di lavoratori di metalli. Il progresso tecnologico, il boom economico, lo sviluppo delle attività industriali hanno soppiantato le attività tradizionali e la maggioranza dei Rom ha dovuto operare una riconversione economica, ma il modo di porsi di fronte alla vita e di interiorizzarla e soprattutto la struttura sociale dei Rom e rimasta nei secoli pressoché immutata. L'istituzione fondamentale su cui si regge la società romanes e la famiglia, intesa nel senso più ampio, come gruppo cioè che si riconosce nella discendenza da un antenato comune. Da sempre oggetto di violenza i Rom hanno rafforzato i rapporti endogamici e i vincoli di solidarietà familiare, mantenendo invece verso l'esterno un atteggiamento ostile. Vi è in questo un profondo senso di sfiducia e un'intima esigenza di difesa. Il sistema sociale e vissuto nelle profonde componenti umane, basato essenzialmente sul severo rispetto delle norme etico-morali che regolano e disciplinano la comunità romanes per garantire ai singoli individui la piena integrazione. Essi tutelano la dignità e l'onore del Rom. Non esistono classi o gerarchie sociali se si esclude quella semplicistica di ricchi e poveri, cosicché anche il più ricco e in relazione con il più povero e viceversa in base ad un principio di eguaglianza che riflette una ottica di vita di tipo orizzontale. In questo contesto il Rom abruzzese si sente parte di una totalità singolare che lo porta a differenziarsi sia dai caggé (non zingari) sia dagli altri gruppi zingari (Rom stranieri, Sinti, Kalé). ciò si traduce in un proprio stile di vita con modi proprio di esprimersi e di comportarsi. Alcune norme sono vincolanti, ad esempio: alle romniá abruzzesi non e assolutamente consentito dall'etica romanès di fumare, di indossare pantaloni, di truccarsi, di indossare costumi da bagno al mare, di giocare d'azzardo. Le donne che vogliono avere una buona reputazione ed intendono essere rispettate dai Rom si adeguano al rispetto di tali norme morali, che non le confonde con gli altri. Un Rom si sente perfettamente sicuro in seno alla sua comunità, costituita dall'insieme di tanti singoli gruppi parentelari dove non esistono né regine né tantomeno re come invece tende a far credere il sensazionalismo giornalistico che copre con la fantasia e l'immaginazione le proprie carenze informative. In mondo romano vien perciò presentato o in termini mitologici o in termini criminalizzanti, l'una e l'altra forma sono delle distorsioni che alterano il mondo zingaro producendo stereotipi negativi e pregiudizi di cui i Rom restano vittime. La sicurezza del Rom deriva dalla tradizione che lo pone sicuro di fronte al futuro e dalla coesione, che lo pone sicuro davanti all'imprevedibile. Tutto ciò si traduce in un forte equilibrio psicologico. Le relazioni ben strette fra educazione, coesione ed equilibrio psicologico sono minacciate con i contatti conflittuali esterni. Si pensi ad un bambino Rom che frequenta la scuola pubblica: entrare a contatto con una realtà che presenta dei modelli di vita funzionale alla società maggioritaria a cui e difficile per lui adattarsi, gli provoca inevitabilmente uno smarrimento in quanto è costretto ad operare una difficile scelta che nella maggior parte dei casi lo induce a ripercorrere la strada degli affetti familiari; da adulto mostrerà un atteggiamento ostile verso quella società non ancora preparata ad accoglierlo se non attraverso l'assimilazione. Lo stesso dicasi dei matrimoni misti in cui l'individuo esterno viene a rappresentare un elemento di disturbo se non riesce ad integrarsi. Il cardine della struttura sociale dei Rom e la famiglia patriarcale, dove il vecchio, considerato saggio, ne é rappresentante riconosciuto. Ci sono Rom che vengono esclusi per le loro pessime qualità morali, sono considerati "gavalé" e sono derisi e scherniti. I frequenti contatti all'interno del mondo romano hanno da sempre attivato una fitta rete di comunicazione interna che porta i Rom ad essere a1 corrente di ciò che accade a famiglie zingare anche molto distanti. I mass media rappresentano oggi, assieme alle organizzazioni tentacolari pseudo-zingare, la più grande minaccia all'esistenza dei Rom poiché infondono modelli di vita che allontanano i giovani dalla tradizione facendo allargare le maglie delle relazioni sociali e familiari, creando anche nuovi gusti e nuove esigenze che alterano l'etica romanès e che infondono nei Rom l'arrivismo e la necessità di possedere a tutti i costi il superfluo. Da qui le attività illecite. I Rom non preparati alla maniera dei caggé, cadono nel tranello. Cerchiamo ora di capire e di conoscere alcuni aspetti fondamentali della cultura e della vita dei Rom abruzzesi: la lingua, il sistema giuridico, la festa (fidanzamento e matrimonio), la morte.

La lingua

La lingua dei Rom abruzzesi detta "romanès" o "romaní ©hib" è strettamente imparentata con le lingue neo-indiane e conserva ancora fedelmente un gran numero di vocaboli di origine indiana. La lingua romani è arricchita di imprestiti persiani, armeni, greci, serbo-croati, di alcuni vocaboli tedeschi e di elementi dialettali dell'Italia centromeridionale a testimonianza dell'itinerario seguito dai Rom nel lungo cammino iniziato dal nord-ovest dell'India verso occidente.

martedì 30 marzo 2010

Il trionfo della libertà



Umberto Bossi e Roberto Cota hanno condotto il popolo piemontese alla liberazione.
La gente ha creduto alla possibilità storica di voltare pagina rispetto ad una politica vecchia e marcia: scegliendo Roberto Cota e votando in massa per la Lega Nord, i piemontesi hanno levato un grido invincibile di libertà verso Roma. Il popolo del Nord si è stancato, una volta per tutte, dei politicanti delle parole e, ora, pretende i fatti.
Buon governo, riforme, grandi opere, valori cristiani e, soprattutto, onestà nella gestione della “cosa pubblica”: ecco cosa hanno scelto i piemontesi votando Roberto Cota come Presidente della Regione.
La volontà di cacciare la sinistra laicista, borghese, comunista e democristiana dal governo da Torino e dalla Regione Piemonte rappresenta il segnale politico più evidente che il Nord è stufo di vivere in un’Italia centralista e mafiosa che sfrutta la Padania come fosse una terra di conquista.
Roberto Cota ha dato anima e corpo per convincere i piemontesi della necessità di voltare pagina rispetto al malgoverno di Mercedes Bresso: ha girato il Piemonte, città per città, paese per paese, valle per valle, per spiegare qual è il Piemonte che vuole creare. Un Piemonte diverso: legato alla sua identità cristiana e alla sua tradizione padana, pronto per affrontare le nuove sfide della modernità ma saldamente ancorato ai valori della famiglia e della terra. Il Piemonte che Roberto Cota vuole è un’altra cosa rispetto alle idee balorde e volgari che impersonificava Mercedes Bresso assieme alla sua coalizione-bordello.
Il popolo del Nord, finalmente compatto, sta marciando a grandi passi verso la sua libertà: contro il centralismo romano che ha depredato, da più di un secolo, il Nord Italia delle sue migliori risorse produttive. Finalmente i governi del Piemonte, della Lombardia e del Veneto – sorretti dall’impetuoso ed indispensabile consenso leghista – potranno rafforzare quell’ “asse del Nord” che dovrà determinare ogni decisione del governo centrale.
L’attuazione del Federalismo sarà la più grande rivoluzione politica che la storia italiana ricorderà: dopo secoli di malgoverno nazionale clientelare e classista, una grande forza politica popolare e identitaria, la Lega Nord, sotto la guida saggia e infallibile del grande condottiero Umberto Bossi, ha conquistato definitivamente la fiducia del popolo del Nord. Non più disposti ad accettare di essere governati da una classe politica imbelle e incapace, i piemontesi, i lombardi e i veneti hanno voluto mandare un chiaro segnale di cambiamento e di svolta, radicale.
La battaglia più dura, al Nord, era senza dubbio la conquista del Piemonte: in molti, anche a destra, farneticavano a proposito dell’impresentabilità di un candidato leghista nella capitale del risorgimento e dell’unità d’Italia. La gente ha dimostrato, con il suo voto, che più che le parole e le chiacchiere storiche interessano i fatti.
In ogni dove, da Torino fino all’ultimo comune della più sperduta valle alpina piemontese, passando per le città capoluogo di provincia per giungere sino all’esorbitante risultato nel vercellese, la Lega ha stravinto.
Roberto Cota ha conquistato consensi impensabili. Nonostante la vergognosa prostituzione elettorale dei falsi preti dell’Udc, i cattolici hanno votato per Cota. E nonostante la visione caricaturale e meschina che molti ciarlatani, di sinistra e di centro, hanno tentato di cucire addosso alla figura del candidato leghista, i piemontesi hanno premiato la serietà e la normalità di Cota. Qualcosa è andato storto nel perverso meccanismo di disinformazione tentato dalla sinistra borghese, razzista e classista che, fino a ieri, ha controllato il Piemonte.
Ora si volta pagina. Ora s’incomincia a lavorare: i voti che hanno portato Roberto Cota e la Lega Nord al governo del Piemonte sono le voci di tanti piemontesi che non vogliono più sentire tante parole ma pretendono fatti. Il Piemonte è una regione da ricostruire.
Pezzo per pezzo il Piemonte sarà ricostruito e diventerà una delle maggiori locomotive europee: a suon di fatti Roberto Cota convincerà, anche i piemontesi che non l’hanno votato, della bontà del governo leghista. L’azione del nuovo governo regionale sarà plasmata, senza tanti proclami e con tanta voglia di fare, da quei valori identitari profondi che scorrono nel sangue del popolo piemontese: Dio, patria, famiglia.
Valori veri, semplici ed eterni sui quali verrà costruita la Padania di domani: perché come disse, qualche anno fa, Umberto Bossi: “La Lega non è l'antipolitica. Noi siamo un movimento che vuole la liberazione del Nord e il Federalismo”.

venerdì 12 marzo 2010

Bobba e i cattolici alleati con gli abortisti


Ammetto di non avere mai avuto in gran simpatia i cosiddetti democristiani di sinistra o "cattolici progressisti" o "cattocomunisti" che dir si voglia. Mi sono sempre sembrati, un po' tutti, dei preti mancati.
Con le loro facce addolorate e i loro modi da suorina mi han sempre dato l'idea di gente molle.
Le mie perplessità sulla sinistra politica cattolica non si fermano però all'aspetto estetico più o meno flaccido dei suoi protagonisti: sono i contenuti dell'agire politico che ci dividono.
L'interpretazione del cattolicesimo alla stregua di un sindacalismo buonista da convento non mi ha mai convinto. Così come non mi ha mai convinto l'immagine che, certi pseudo-intellettuali baciapile, danno di un Gesù semi-masochista, che sa solo prendere sberle da destra e da manca, votato al pacifismo più imbelle e ad un comunismo d'antan.
Il cristianesimo cattolico e la figura storica di Gesù sono di livello ben diverso e ben superiore rispetto a quanto certo "cattolicesimo adulto" (per dirla alla Prodi) vorrebbe propinarci.
Comunque sia "de gustibus", come si dice.
Fatto sta che, qualche tempo fa, conobbi uno degli esponenti "di punta" di questa sinistra sedicente cattolica: Luigi Bobba. Compresi le idee del "compagno" Bobba leggendo un suo interessante libretto ("Il posto dei cattolici", Einaudi): nonostante l'ascrivibilità del soggetto a quel mondo del cattolicesimo politico di sinistra, che poco mi piace, trovai in Bobba un atteggiamento apparentemente credibile e sincero.
Su piani ovviamente distanti e per certi versi opposti ai miei, Bobba - come altri cattolici impegnati in politica - rappresenta parte della pluralità del cattolicesimo italiano. Ci si può contrastare politicamente ma ci si dovrebbe rispettare umanamente: invece la spocchia pseudo-intellettuale ha fatto commettere a Bobba un errore francamente maldestro. Quale? Quello di dare "patenti di ortodossia cattolica".
Ecco che, qualche giorno fa, ho aperto "La Stampa" e ho trovato una dotta intervista rilasciata dall'On. Luigi Bobba. Tra le banalità espresse dal parlamentare del PD si trova questa considerazione: "Sto assistendo al tentativo disperato del giovane Emanuele Pozzolo di accreditare, ovviamente in chiave elettorale, la Lega come partito della Chiesa, contro la Bresso atea e mangiapreti. Sarà il caso di rinfrescare la memoria a Pozzolo, ricordandogli le ampolle con l’acqua del dio Po e i matrimoni celtici, che non rientrano proprio nell’ortodossia cattolica. Infine, a Pozzolo, che pontifica sui giornali, attingendo al Magistero sociale della Chiesa solo nelle parti che gli convengono, e sorvolando su altre, ad esempio i temi dell’accoglienza, ricordo che cosa diceva De Gasperi a proposito dei cattolici in politica: “Bisogna servire la Chiesa, non servirsi della Chiesa”.
Il nostro Bobba, francamente, mi ha deluso e ha calcolato male i tempi della sua maldestra uscita: con queste parole ha dimostrato tutto il suo nervosismo verso l'organica alleanza politica che si sta evidenziando tra il mondo cattolico, Roberto Cota e la Lega Nord. La paura di perdere visibilità e credibilità, all'interno della fila cattoliche, ha portato Bobba a compiere un'esternazione che si rivelerà per lui un boomerang tremendo.
Quel che Bobba ha dichiarato dimostra che il primo ad utilizzare la Chiesa come fosse un'agenzia pubblicitaria elettorale è proprio lui: vediamo assieme perchè.
1) Secondo l'intellettuale pseudo-cattolico Bobba, stando ai dettami dell'ortodossia cattolica, un matrimonio celtico sarebbe una forzatura. Concordo: è folklore. Ma cosa mi dice Bobba a proposito dei matrimoni tra gay e tra lesbiche sostenuti dai leader della sinstra piemontese e quindi, indirettamente, approvati anche da lui?
Io dico che è meno peggio un matrimonio folkloristico rispetto ad un matrimonio tra omosessuali.
2) Cosa mi dice Bobba a proposito della sospensione dei finanziamenti che la Bresso ha attuato nei confronti dei Centri Aiuto Vita del Piemonte? Questi centri sostenevano, nella scelte "pro-life", migliaia di donne (soprattutto straniere) nel far nascere i propri figli. Come dice Massimo Introvigne "il primo diritto degli immigrati è quello di poter vivere": forse Bobba non condivide e preferisce tante belle parole ai fatti.
3) Cosa mi dice, infine, Bobba a proposito dei frutti che la sua sedicente testimonianza cristiana avrebbe finora prodotto nel Partito democratico? Il peso specifico di Bobba nel Pd è pari a zero: lo si apprende facilmente dal programma iper-laicista che il suo partito porta avanti in spregio ai basilari insegnamenti del Magistero cattolico.
Probabilmente Bobba ritiene che essere alleato in Piemonte e nel Lazio con i Radicali ed Emma Bonino sia uno dei risultati positivi del suo "apostolato cattolico". Ancora una volta: de gustibus.
Spiace soltanto sapere che l'On. Bobba, oltre a tradire del tutto i valori cattolici a cui strumentalmente dice di richiamarsi, giunga a smentire se stesso: fu lo stesso Bobba a scrivere infatti, sempre nel già citato libro "Il posto dei cattolici" (pag. 16) che è necessario "rafforzare l'alleanza trasversale di chi ha il compito di rappresentare l'identità dei valori cristiani".
Appoggiando Mercedes Bresso e sostenendo gli pseudo-valori che la sinistra piemontese incarna, Luigi Bobba dimostra chiaramente quanto, nella bilancia tra valori cattolici e convenienza partitica e personale, lui scelga inesorabilmente la seconda. Amen.