venerdì 27 gennaio 2012

La cultura di destra

Bisogna mettere in chiaro che, per l’uomo di destra, i valori culturali non occupano quel rango eccelso cui li innalzano gli scrittori di formazione razionalistica. Per il vero uomo di destra, prima della cultura vengono i genuini valori dello spirito che trovano espressione nello stile di vita delle vere aristocrazie, nelle organizzazioni militari, nelle tradizioni religiose ancora vive e operanti.Prima sta un certo modo di essere, una certa tensione verso alcune realtà, poi l’eco di questa tensione sotto forma di filosofia, arte, letteratura.In una civiltà tradizionale, in un mondo di destra, prima viene lo spirito vivente e poi la parola scritta.Solo la civilizzazione borghese, scaturita dallo scetticismo illuministico, poteva pensare di sostituire allo spirito eroico ed ascetico il mito della cultura, la dittatura dei philosophes.Il democratico ha il culto della problematica, della dialettica, della discussione e trasformerebbe volentieri la vita in un caffé o in un parlamento. Per l’uomo di destra, al contrario, la ricerca intellettuale e l’espressione artistica acquistano un senso soltanto come comunicazione con la sfera dell’essere, con un qualcosa che — comunque concepito — non appartiene più al regno della discussione ma a quello della verità. Il vero uomo di destra è istintivamente homo religiosus non nelsenso meramente fideistico-devozionale del termine, ma perché misura i suoi valori non col metro del progresso ma con quello della verità.“Essere conservatori — ha scritto Moeller van den Bruck — non significa dipender dall’immediato passato, ma vivere dei valori eterni”.

Adriano Romualdi

mercoledì 21 dicembre 2011

Santo Natale 2011

“Il fiume scorreva placido e lento, lì a due passi, sotto l’argine, ed era anch’ esso una poesia: una poesia cominciata quando era cominciato il mondo e che ancora continuava. E per arrotondare e levigare il più piccolo dei miliardi di sassi infondo all’acqua, c’eran voluti mille anni. E soltanto tra venti generazioni l’acqua avrà levigato un nuovo sassetto. E fra mille anni la gente correrà a seimila chilometri l’ora su macchine a razzo superatomico e per far cosa? Per arrivare in fondo all’anno e rimanere a bocca aperta davanti allo stesso Bambinello di gesso che, una di queste sere, il compagno Peppone ha ripitturato col pennellino.” Giovannino Guareschi

sabato 26 novembre 2011

Elogio superserio del Parlamento padano


Finalmente la politica italiana guadagna punti in serietà. Questo, signori, è indubbio.
C’è la crisi finanziaria che si sta sempre più facendo crisi economica, c’è una miriade di umili e silenziose famiglie sul lastrico, c’è un quintale di giovani allo sfacelo di un mondo senza prospettive. Ma la politica italiana – ruminando prebende e sogni elettorali – sta già preconizzando un futuro del tutto diverso.
Il passato, vecchio, sconquassato e puzzolente – quel passato fatto di gradevoli puttane e di simpatiche adunate, il passato berlusconiano – viene già messo nel cassetto tra i souvenir del bel tempo andato. Come diceva Giulio Andreotti, “in politica i tempi del sole e della pioggia sono rapidamente cangianti”: e così, infatti, muta veloce anche l’orrido fideismo di certi inutili ciambellani di corte che ambiscono a riciclarsi.
Cambiano i tempi ma con i tempi non cambia la misera natura umana: gente che fino a ieri – e dico ieri, massimo ieri l’altro – spergiurava sulla bontà della patrimoniale per risollevare le casse tricolori, oggi, straspergiura che invece, senza più Berlusconi in campo, la patrimoniale non s’ha da fare.
“Giammai!” starnazzano taluni: giammai inciuci coi governi tecnici, giammai ribaltoni con chi non è stato eletto, giammai modificare le maggioranze in corso d’opera. Peccato che gli starnazzatori – o almeno la più parte di essi – giusto poco più di un decennio fa diedero vita ad uno dei più eclatanti governi tecnici, diedero il là ad uno dei più vergognosi ribaltoni e cambiarono letteralmente di segno la maggioranza uscita dalle urne.
Non importa, qui, mettere il dito nella piaga per rimembrare gli interessi, poco nobili, che vi furono nel passato da parte di alcuni. Non importa, oggi, rivangare certe catastrofi politiche. Non importa misurare l’intelligenza e la tenuta politica dei contendenti. Solo una cosa ha senso e davvero importa: evitare di fingersi vergini caste quando si è delle baldracche fatte e firmate.
E mi scuso per la chiarezza cristallina delle mie parole: eppure io sono davvero felice di leggere che riaprono le porte del glorioso Parlamento padano. È questo che ci voleva!
Altroché ipotetiche riforme strutturali del sistema previdenziale, del mercato del lavoro e della legislazione tributaria: queste sono cosette folkloristiche e di dubbia incidenza sul reale. Serviva davvero una scelta politica, responsabile e disinteressata, che desse dell’Italia un’immagine positiva nel mondo: serviva, dico sul serio, riaprire questo Parlamento padano. Assolutamente.
Problemi legati all’immigrazione? Alla denatalità? Alla disoccupazione giovanile? Ma va là...sono solo parole. Servono altre cose. E vuoi mettere una riforma elettorale con il glorioso Parlamento padano? Dico, vorrai mica paragonare una riforma dello Statuto dei lavoratori con il Parlamento padano? Ma come potresti mai prediligere un bel taglio degli emolumenti parlamentari con la “frizzantezza” e la creatività del parlamentarismo padano?
Io sono fiero di essere italiano per uscite come questa. Quella del Parlamento padano potrebbe essere, a ben vedere, la migliore ricetta per arginare la crisi globale. Da fonti attendibilissime pare che nelle prossime ore si accrediteranno presso l’oligarchia padana numerosi generali dei Paesi nemici pronti a passare, armi e bagagli, nelle fila del glorioso esercito del Nord, oramai in procinto di riconquistare Nizza, Fiume e la Dalmazia.
È importante non essere disfattisti, immorali e traditori. Urge rimanere perfettamente incollati alla realtà. E secondo gli ultimi dispacci giunti dal fronte africano in primavera, forse, riusciremo ad entrare ad Addis Abeba. Pare che il generale De Calderolo voglia organizzare una sontuosa marcia sulla capitale etiope e voglia lavarsi i denti con uno spazzolino fatto con la barba del Negus.
Per tutte queste ragioni, assolutamente ed evidentemente, aderenti alla nostra vita di tutti i giorni dobbiamo brindare alla riapertura dell’ennesimo parlamento, dell’ennesimo troiaio e dell’ennesimo cimitero di idee. E ancora una volta, davanti a tutto questo spettacolo, ci tocca dare ragione a quel Benito Mussolini, che disse: “Il lavoratore che assolve il dovere sociale senz'altra speranza che un pezzo di pane e la salute della propria famiglia, ripete ogni giorno un atto di eroismo”.

Emanuele Pozzolo